L'«operaismo» è ricordato, a volte in
modo deformato, per molti motivi: spesso per la sua peculiare filosofia della
storia, che dipingeva la classe operaia come il principale motore dello sviluppo
(la cosiddetta «svolta copernicana» di Mario Tronti); oppure per le parole
d'ordine del «rifiuto del lavoro» e della «lotta contro il lavoro», che
scandalizzavano molti a sinistra, ma ottennero qualche udienza fra i lavoratori
militanti nel decennio successivo all'«autunno caldo» del 1969; significativi
furono anche gli scritti di Toni Negri sulla «forma Stato» e sulla «crisi».
Credo tuttavia che il contributo più caratteristico dell'«operaismo» in quanto
corrente marxista sia stato il suo rifiuto di una visione statica della classe
operaia, come agente non soggetto a mutamenti nel tempo e nello spazio. Assumere
come centrale nello sviluppo di una politica rivoluzionaria la comprensione
della composizione della classe operaia, cioè le forme particolari di
organizzazione del lavoro (ma anche la sua contestazione), di dispiegamento di
tecnologie e competenze, di estrazione di pluslavoro, ma anche l'età, il genere
e le esperienze dei lavoratori: qui era il cuore dell'«operaismo» in quanto
progetto politico e questo è il motivo per cui vi ho insistito nel mio libro.
Sin dai primi tempi, Romano Alquati e altri hanno cercato di sviluppare questa
comprensione assieme agli stessi lavoratori, in una conricerca che promuovesse
al contempo l'auto-organizzazione e la lotta. Ovviamente gli operaisti non
furono gli unici a prendere in considerazione questi temi, ma a mia conoscenza
negli anni '60 e '70 nessun'altra corrente ha insistito tanto su quella che
sarebbe stata chiamata «composizione di classe», né ha tentato di pensare in
profondità le sue implicazioni per la pratica politica.
Nel libro un ampio spazio viene dedicato alle analisi e alle attività degli
«operaisti razionali». Chi sono e perché distinguerli?
Penso sia possibile operare una distinzione tra quegli operaisti che hanno
voluto forzare il processo di autonomia operaia verso un progetto preordinato, e
coloro che, nel bene e nel male, hanno voluto semplicemente sostenere quel
processo, con tutte le sue contraddizioni e lacune. Infatti dopo l'euforia
dell'«autunno caldo», tanti operaisti hanno scoperto che le forze
auto-organizzate andavano sviluppando percorsi diversi, separati e in parte
antagonistici rispetto a quelli che avevano immaginato e che avrebbero voluto.
Alla metà degli anni '70, se non prima, gli «operaisti razionali», a partire da
Sergio Bologna e dai suoi compagni di «Primo Maggio» (di fatto, sembra che
l'espressione sia stata coniata da uno di loro, Primo Moroni), presero coscienza
che la ricomposizione di classe, cioè il processo attraverso il quale i
lavoratori tentavano con l'auto-organizzazione di superare le divisioni imposte
dal capitale, era una faccenda dannatamente complicata. Per gli «operaisti
razionali» il rischio di scomposizione, cioè di una nuova frammentazione della
classe operaia e della conseguente dissipazione del potere accumulato, era grave
ed essi stessi non potevano suggerire facili rimedi. Questa situazione li portò
a rivisitare la storia delle lotte passate e ad esaminare quella che chiamavano
la «rivoluzione dall'alto» del capitale, vale a dire gli sforzi di promuovere il
processo di scomposizione attraverso le politiche monetarie e la
ristrutturazione industriale. Mentre qualcuno li attaccò ritenendo i loro dubbi
eccessivi, gli «operaisti razionali» si impegnarono in un'ampia gamma di lotte e
produssero fra le riflessioni più profonde dell'intera corrente.
Qual è l'eredità politica dell'operaismo per la sinistra? E quali categorie
e pratiche possono essere ancora considerate preziose?
L'eredità politica dell'operaismo è complessa e ambigua. Il suo collasso in
quanto area, legato direttamente e indirettamente alla distruzione dei movimenti
degli anni '70, portò per molti anni all'emarginazione degli operaisti residui.
Recentemente si è riscontrato un rinnovato interesse per alcune filiere che
derivano dall'«operaismo», dai cosiddetti «post-operaisti» a Ferruccio Gambino,
Tronti e Alquati, così come alle femministe un tempo interne alla corrente (ad
esempio Mariarosa Dalla Costa, Alisa Del Re, Silvia Federici e Leopoldina
Fortunati). Grazie al lavoro di case editrici (DeriveApprodi e altre) sono oggi
nuovamente disponibili molti materiali originali prodotti dall'«operaismo» e le
riflessioni successivi di molti dei suoi esponenti e critici. In termini pratici
c'è molto da imparare dalle esperienze degli operaisti attivi a Porto Marghera e
altrove (ad esempio con il film Gli ultimi fuochi). In termini di categorie,
credo che la cosa più utile che ci lascia quella vicenda sia proprio la
centralità data alla categoria di «composizione di classe», il tentativo di
comprendere i vari segmenti della forza-lavoro nella loro concretezza. Mi sembra
che il discorso sulla «composizione di classe» sia svanito dopo la sconfitta
dell'operaismo e del grande movimento rivoluzionario di trent'anni fa. È vero
che quel discorso continua e guarda a nuove figure sociali: per esempio, il
precariato, i lavoratori autonomi, la moltitudine. È anche vero che esistono
alcuni interessanti esempi di conricerca in tempi recenti. Eppure non c'è molto
dibattito sul rapporto tra le diverse sezioni dell'odierna composizione di
classe. Al massimo si discute su una sezione, considerata egemonica o importante
per qualche ragione. Soprattutto, le categorie usate nel passato per capire le
figure di classe - in particolare il rapporto tra composizione tecnica e
composizione politica - non sono oggi quasi mai adoperate. Forse qualcosa sta
cambiando: di recente, ad esempio, Valerio Evangelisti ha scritto un testo molto
interessante sul rapporto tra l'attuale crisi finanziaria e la composizione di
classe (lo si può leggere in Rete all'indirizzo:
www.carmillaonline.com/archives/2008/10/002810.html, ndr). Mentre si aggrava la
crisi del capitale, diventa oggi sempre più cruciale, per la sinistra legata
all'auto-organizzazione collettiva e al conflitto, comprendere le articolazioni
della composizione di classe.