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Milano Italy 1969. Lavoro Automobilistico. Manifestazione degli operai metalmeccanici dell´Alfa ... |
Ferruccio Gambino (Da Liberazione del 17/10/2008)
Dobbiamo a Steve Wright, noto studioso australiano dei movimenti della
seconda metà del Novecento, questo volume che disegna la parabola di
Classe Operaia (1964-67), Potere Operaio (1969-73) e dell'Autonomia
operaia (1973-79): L'assalto al cielo. Per una storia dell'operaismo
(postfazione di Riccardo Bellofiore e Massimiliano Tomba, Edizioni
Alegre, Roma 2008, pp. 334, euro 20). Alla prima edizione inglese
del 2002 è seguita l'edizione tedesca del 2005 e adesso quella
italiana, nella traduzione di Willer Montefusco, grazie al rinnovato
interesse per l'operaismo, come osservano Bellofiore e Tomba nella loro
postfazione. Steve Wright ricostruisce questa vicenda che troppo a
lungo era rimasta affidata alle arringhe di vari magistrati, a parte il
notevole contributo di Franco Berardi ( La nefasta utopia di Potere
Operaio , Castelvecchi, 2003) e ci offre un'interpretazione documentata
e originale del dibattito che ha segnato l'operaismo negli anni '60 e
'70. Quando si dice operaismo, occorre chiarire. In Italia di
operaismi ne sono comparsi almeno tre: prima è venuto l'operaismo di
chi si batteva contro questo lavoro e contro l'insensatezza di questo
sistema di accumulazione; poi l'operaismo di quanti cercavano di
introdurre nuove tematiche operaie nelle istituzioni del movimento
operaio; infine l'operaismo di coloro che, reclutando una base militare
nelle fabbriche, intendevano costruire un partito armato di ispirazione
bolscevica. Chiamo il primo, operaismo anti-accumulativo; il secondo,
operaismo istituzionale, il terzo, operaismo reclutativo. In questo
volume, Steve Wright si occupa del primo dei tre operaismi, di gran
lunga il più originale. L'autore dedica i due capitoli iniziali alle
difficili condizioni in cui quella sinistra che era ai margini del Pci
e del Psi andava cercando la strada per uscire dalle strettoie degli
anni Cinquanta, quando campeggiavano le grottesche contrapposizioni dei
due blocchi nella Guerra fredda. La figura centrale di quella ricerca
fu Raniero Panzieri. Il suo programma, «restituire il marxismo al suo
naturale terreno che è il terreno della critica permanente», trovava
attenzione perlopiù tra una minoranza di giovani intellettuali che
gravitavano attorno ai due partiti di sinistra o che avevano
sperimentato strategie di non-violenza, ad esempio Goffredo Fofi, Mauro
Gobbini, Giovanni Mottura. Come aveva visto Franco Fortini, ben poche
forze politiche sembravano disponibili a mettersi in gioco contro
l'irreggimentazione con la quale si trasferivano dalle campagne
all'industria in Italia e all'estero milioni di individui alla ricerca
di un salario, in un processo che i padroni del vapore e il partito
della Democrazia cristiana promuovevano sovente con modalità di
compromesso tra dormitorio e caserma. Delle dure condizioni in cui
questi migranti interni lavoravano nell'industria si conosceva ben poco
e quel poco non era argomento da menzionare nell'arena politica. Con
Quaderni Rossi , la rivista diretta da Panzieri, l'incantesimo si
ruppe. I tempi e i modi dello sfruttamento industriale entravano
finalmente nel dibattito pubblico: a cominciare dalla condizione
operaia nella città-fabbrica di Torino. Wright rintraccia giustamente
nella categoria di "composizione di classe" il filo rosso
dell'esperienza dell'operaismo dei Quaderni Rossi e poi del gruppo che
se ne distacca per fondare nel 1964 la rivista Classe Operaia .
L'autore non segue il percorso dei Quaderni Rossi dopo tale scissione,
ma occorre ricordare che il lavoro della rivista diretta da Vittorio
Rieser avrebbe continuato a fornire elementi indispensabili di
conoscenza ai giovani militanti che affrontavano l'intervento nelle
fabbriche alla fine degli anni Sessanta. Classe Operaia era un
esperimento che cominciava negando alla classe operaia in Italia il
carattere di «compatta massa sociale». Semmai, l'omogeneità «è un
obiettivo per cui lottare», ma soltanto a patto di prendere posizione
nel conflitto e rilevare dall'interno «l'estrema differenziazione fra i
livelli dello sfruttamento capitalistico nelle varie zone, settori,
aziende», come scriveva Romano Alquati nel 1965. Wright pone in primo
piano il contributo di Mario Tronti, direttore di Classe Operaia ,
secondo il quale il Marx ossificato dagli economisti dello sviluppo e
scienziato dei movimenti del capitale ha troppo a lungo occultato il
Marx della rivoluzione contro il capitale e del primato dell'iniziativa
di parte operaia. Abbandonate le vecchie certezze dei partiti di
sinistra, la navigazione diventava incerta. Nella fase dei Quaderni
Rossi avevano soccorso gli scritti di alcuni sociologi industriali
statunitensi che non erano allineati con la sociologia dominante, Alvin
Gouldner in particolare; ma per il resto era necessario, volenti o
nolenti, camminare su terreno inesplorato, mostrando, ad esempio, che
la proletarizzazione in Italia era parte di una tendenza mondiale e che
in tale processo era già avvenuta qualche grande rottura della pretesa
armonia socialista, come nell'Insurrezione ungherese del 1956. Per
quante forze si riuscisse a mettere in campo in Italia contro
l'asserita inesorabilità della marcia capitalistica, c'era chi in
Classe Operaia si rendeva conto che i partiti di sinistra risultavano
arnesi spuntati e che occorreva cercare anche in altri paesi esperienze
di lotta contro lo stato delle cose. La chiusura dell'esperimento
di Classe Operaia , chiusura decisa dalla direzione che poi sarebbe
rientrata nel Pci, lasciava perplessi parecchi militanti. Dopo un lungo
1967, finalmente il '68 internazionale e il '69 italiano confermavano
che si poteva fare politica fuori dalle istituzioni del movimento
operaio. Ancora oggi pochi rilevano tuttavia che queste insorgenze si
manifestano quando la Rivolta afro-americana e operaia di Detroit
dell'estate del 1967 è già stata repressa nel sangue
dall'Ottantaduesima divisione aerotrasportata. Sarebbe il caso di
rammentarlo almeno a coloro che cantano le meraviglie dei cosiddetti
Trent'anni Gloriosi (1946-1975), quando, a loro dire, la classe operaia
se la spassava nello Stato del benessere. Wright riannoda i fili del
dibattito legato agli eventi del 1968-69 con cui i resti di Classe
Operaia che non rientrarono nei ranghi della sinistra costituirono il
gruppo di Potere Operaio. Si trattava di militanti che maturarono
questa decisione grazie soprattutto all'opera di orientamento e
all'azione politica di Toni Negri e di altri attivisti quali Guido
Bianchini e Luciano Ferrari Bravo, che si erano raccolti attorno al
periodico Potere Operaio veneto-emiliano nella fase di chiusura di
Classe Operaia . Sul gruppo di Potere Operaio è scorso molto
inchiostro, prevalentemente per mano sia dei pubblici ministeri dei
processi intentati contro i militanti di Potere Operaio sia dei loro
epigoni. Per contro, Wright riesce a calibrare il racconto e il
giudizio mostrando le linee di convergenza e di collisione delle varie
- e in alcuni casi eterogenee - componenti già attive che entrano in
Potere Operaio. Va aggiunto che quando esce il primo numero del
periodico omonimo (settembre 1969), la situazione va chiudendosi a
livello internazionale in Occidente, anche se meno pesantemente di
quanto era avvenuto nelle repubbliche popolari con i carri armati
sovietici a Praga (agosto 1968). Potere Operaio si trova stretto tra la
repressione strisciante di suoi militanti in fabbrica e la
legittimazione del sindacato da parte padronale e statale dopo
l'approvazione dello Statuto dei lavoratori (1970). Analogamente a
quanto era già successo altrove, l'esodo da Potere Operaio di un intero
gruppo di femministe sposta altrove un dibattito che andava già
evolvendo fuori dagli schemi tradizionali e che non manca di
riverberarsi su quasi tutte le altre formazioni politiche. Quanto alle
iniziative a proposito del Mezzogiorno, Potere Operaio si sottrae alla
soluzione facile dell'organizzazione del malcontento e punta a formare
quadri capaci di sostenere lotte di lungo corso, per le quali tuttavia
i partiti tradizionali sembrano ancora offrire più convincenti garanzie
contro l'isolamento. Lontana purtroppo dai riflettori mediatici ma
insistente, anche se timida, rimane la battaglia ecologista che si
situa sulla difensiva come lotta operaia contro la nocività industriale
e la monetizzazione della salute. A livello di politica generale, in
quegli anni l'uso spregiudicato della Cassa integrazione guadagni, le
ristrutturazioni industriali, la diffusione della piccola fabbrica per
aggirare lo Statuto dei lavoratori e le scelte urbanistiche si
allineavano alle scelte strategiche del capitale industriale che in
altri paesi tendevano a rendere obsolete intere sezioni di combattiva
classe operaia, come nella Ruhr o in Michigan. A questo proposito,
l'antologia curata da Luciano Ferrari Bravo, Imperialismo e classe
operaia multinazionale (Feltrinelli 1975) costituiva una notevole
anticipazione nella comprensione delle tendenze globali. Le misure di
dislocazione industriale e di relativi ammortizzatori sociali
sembravano aver poco a che fare con la strategia della tensione e con
lo stragismo di stato (va ricordato, tra l'altro, il prezzo pesante in
termini di repressione che nel dicembre del 1971 Potere Operaio pagò,
da solo, per la prima manifestazione milanese di massa
nell'anniversario della strage di Piazza Fontana). In realtà, in quegli
anni era massiccia la combinazione di dosi di paura e di blandizie che
le sfere dirigenti riuscivano a rovesciare sul campo dove si giocavano
i rapporti di forza con le "classi pericolose", al punto che non si
esitava ad allentare le cordicelle della spesa pubblica sino alla
voragine del debito degli anni Ottanta. All'interno di Potere
Operaio, come nota Wright, le divergenze decisive riguardarono allora
il peso da attribuire alle mosse dell'avversario. E qui avvennero i
primi abbandoni e, ancor più gravemente, si insinuò la tentazione
bolscevica dei due momenti, di avanguardia e di massa. E' forse in
questa dissociazione, la quale, come osservò allora Mario Dalmaviva,
non veniva legittimata dagli sfruttati, che si collocava la figura che
avrebbe dovuto tenere insieme avanguardia e massa, quella dell'operaio
sociale di Toni Negri (capitolo 7). Intanto avanzava tutt'altro
operaismo, quello reclutativo, che, dando come ormai perso il "popolo
teleguidato", scopriva la fabbrica come campo di selezione del partito
armato. Wright dedica i due capitoli finali alla storiografia
dell'operaio massa e al collasso dell'operaismo. Nel primo, egli
esamina i lavori di Sergio Bologna, Karl Heinz Roth e di altri e passa
in rassegna i temi della rivista Primo Maggio . Nel secondo, sono
presentate le alternative tra i propugnatori della guerra civile e i
libertari che si scontrano nel settembre del 1977 a Bologna. I primi
avranno la meglio all'interno di quanto rimane della sinistra
extraparlamentare, mentre le minoritarie ragioni dell'operaismo vengono
tenacemente difese dai Comitati autonomi operai di Roma. Poi, l'ondata
di arresti abbattutasi il 7 aprile del 1979 e nei mesi successivi sui
militanti di Potere Operaio semplifica, per così dire, il dibattito
ponendo ai militanti la vecchia domanda: "da che parte stai?". Il
dibattito operaista passerà attraverso il laminatoio della galera e
dell'esilio, manifestando così una sua singolare vocazione
cosmopolitica. Per sua fortuna, e anche per merito di Steve Wright,
esso è quasi sempre rimasto lontano dal libero mercato delle idee.
17/10/2008
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