di Marco
Bertorello (da Erre n. 29 agosto/settembre 2008)
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L’assalto
al cielo, per una storia dell’operaismo, di Steve Wright
Edizioni
Alegre, Roma, 2008, pp.338, euro 20
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In quest’ultimo decennio
l’operaismo e i suoi sviluppi successivi hanno suscitato nuovamente interesse
nel panorama politico e culturale. Questa originale tendenza del marxismo
italiano ha ripreso vigore in combinazione con i nascenti movimenti contro la
globalizzazione capitalista. Nata agli inizi degli anni Sessanta, dopo alterne
fortune torna a parlarci di contemporaneità. La coincidenza tra ripresa dei
conflitti sociali e ritorno, seppur aggiornato, di un paradigma interpretativo
della realtà implica la capacità da parte di quest’ultimo di cogliere elementi
fondanti le attuali contraddizioni e, nella fattispecie, di saper incontrare un
sentire piuttosto diffuso di antagonismo ad esse. Il ritorno dell’operaismo, e
lo studio di ciò che ha significato negli ultimi quarant’anni, ha preso il via
principalmente dal successo editoriale di Impero di Negri e Hardt, e ha
contribuito a rinnovare il dibattito intorno alle prospettive di cambiamento
radicale dell’esistente. Tale fenomeno non si esaurisce nella produzione della
casa editrice DeriveApprodi, e neppure nei soli autori di impronta operaista,
ma in un più generale interesse e cittadinanza per i temi sollevati da questa
corrente. D’altronde senza una capacità di creare categorie concettuali, di
imporre griglie di lettura, di affermare egemonia oltre i propri confini,
difficilmente si sopravvive così a lungo senza scivolare nella marginalità. La
corrente operaista nasce in Italia e negli anni trova attenzione in diversi
paesi europei e persino oltre oceano, ma rare sono le pubblicazioni estere
inerenti i temi dell’operaismo tradotte in lingua italiana. Oggi la
pubblicazione del testo di Steve Wright rappresenta un punto di vista esterno,
ma non indifferente alle vicende in oggetto, un’equilibrata miscela tra
racconto storico e teoria politica dell’operaismo nostrano. Questo libro ha il
pregio di basarsi in prima battuta su un uso rigoroso di documenti dei diretti
interessati, e poi sul dibattito da essi creato, fornendo uno spaccato del
fenomeno operaista preciso e dettagliato, evitando facili semplificazioni e
fornendo una bussola nel variegato dibattito presente al suo interno.
Interessante risulta ad esempio la critica di Sergio Bologna dell’«autonomia
del teorico» in riferimento alla proposta dell’operaio sociale di Negri.
L’autore prende le mosse da una
delle categorie centrali dell’operaismo, quella di composizione di classe,
intesa come un caleidoscopio per comprendere natura e profilo
politico-culturale della corrente. Partendo proprio dalla ricerca della
composizione tecnica e politica della classe operaia si è affermata quella
ambizione a superare l’immobilismo e l’insipienza del movimento operaio,
andando oltre i luoghi comuni e gli stereotipi storici, economici, strategici,
delle direzioni politiche tradizionali. Questa ambizione a capire per innovare
il cambiamento caratterizza quella che Bellofiore e Tomba definiscono, nella
postfazione al libro, «la pretesa di togliersi di dosso l’aria di sconfitta».
Ecco dunque intuizioni e domande fondamentali per rifondare una strategia della
trasformazione, partendo dallo studio dei comportamenti della classe operaia,
dall’affermazione dell’operaio-massa, dalle sue contraddizioni, fino a giungere
a comprendere in modo lungimirante le metamorfosi nei rapporti tra capitale e
lavoro, la dispersione produttiva, il declino di una figura sociale egemone,
l’innovazione tecnologica e lo sviluppo del lavoro intellettuale. In questo
testo Wright non manca di evidenziare i limiti in questa corrente, come quando
l’operaio massa da figura egemone diventa assoluta, facendo rimuovere o
banalizzare complessità e differenze all’interno del mondo del lavoro, finendo
per trasfigurare delle intuizioni importanti su tendenze in atto in veri e
propri schemi rigidi e unilaterali. Oppure quando Tronti scambia meccanicamente
le nuove forme di passività in fabbrica con il conflitto, per non parlare della
salarizzazione dello scontro, che converte il salario in variabile indipendente
dal sistema economico per utilizzarla come grimaldello per la sovversione
sociale, quando la ricomposizione della sfera politica ed economica
necessiterebbe di ben più complicati passaggi.
Il paradosso dell’operaismo
sta, dunque, nella tensione tra analisi innovativa e progetto politico
conseguente da un lato e nel loro farsi ideologia dall’altro. Il caso più
emblematico è rappresentato dall’operaio sociale: concepito come risultante di
processi di destrutturazione profondi che avrebbero fatto convivere vecchie e
nuove forme di segmentazione del lavoro, oltre a rarefare la storica
separazione tra capitale fisso e variabile, presto diviene definizione dilatata
di classe operaia, sul solco dell’operaio massa, priva però dell’equivalente
spinta politica, visione teleologica di una presunta più avanzata
ricomposizione di classe. Mentre si riconoscono molteplici comportamenti di
classe in definitiva si negano conducendo il concetto di operaio sociale su un
piano astratto superiore e non comunicante con quei settori operai tradizionali
che sopravvivranno alle innovazioni. Negri dichiara che si deve ripartire dal
processo di valorizzazione che diventa obliquo alla società, ma contestualmente
adombra il lavoro nella sua esplicazione: come si dice nella postfazione
finiscono per «mancare i lavoratori quando lavorano».
L’aspetto più significativo
dell’operaismo è stato quella propensione a stare col fiato sul collo della realtà,
cercando di capire e anticipare le trasformazioni degli assetti produttivi, le
soggettività del lavoro e il loro potenziale antagonismo. Una tradizione giunta
fino ai nostri giorni con cui vale la pena confrontarsi per trovare risposte
che ancora non abbiamo a domande che spesso l’operaismo ha saputo porre in
anticipo sui tempi.