«Noi non ce l'aspettavamo, però
l'abbiamo organizzata»: così Romano Alquati rispondeva alla domanda se
si attendessero l'esplosione di piazza Statuto. Quel noi sono gli
operaisti, costellazione teorico-politica di cui Steve Wright
ricostruisce con rigore e curiosità percorsi e stile politico tra la
fine degli anni Cinquanta e gli anni Settanta, tra Quaderni Rossi e
Classe Operaia , Potere Operaio e l'Autonomia operaia. Uno stile
politico che si forma nella rottura con la cultura di sinistra, nella
«depurazione marxiana del marxismo»: il rovesciamento di segno e
l'unilateralità del punto di vista sono i suoi tratti costitutivi. Ed è
con un'altra rottura, interna, che la storia dell'operaismo
effettivamente comincia: quella nei Quaderni Rossi .
Dopo piazza
Statuto, osservazione critica e intervento politico diretto,
rappresentanza e autonomia, inchiesta e conricerca, forza-lavoro e
classe operaia non possono più stare insieme. Se poi l'operaismo non è
riuscito a portare Lenin in Inghilterra, ha tuttavia «portato» Marx a
Mirafiori e Porto Marghera. O meglio, ha letto Marx a partire dalla
nuova composizione di classe. Proprio questa categoria è,
perspicuamente, la chiave dell'analisi di Wright, ovvero la «relazione
tra la struttura materiale della classe operaia e il suo comportamento
come soggetto autonomo». Il rapporto tra composizione tecnica e
politica, incarnato dalla conricerca, rompe da un lato con la
dialettica tra classe e capitale basata sulla deterministica
specularità tra condizioni oggettive e stadi di trasformazione;
dall'altro, con la tradizione idealistica della coscienza, fondando
l'autonomia dei comportamenti operai sulla materialità dei processi di
conflitto. La discussione dei problemi sollevati da Wright
necessiterebbe di ben altro spazio.
Un punto merita tuttavia di
essere affrontato, seppur sintetiticamente. L'operaismo è
genealogicamente una cultura politica del conflitto, irriducibilmente
di parte, in cui la produzione di sapere è indissolubilmente legata
alla lotta. La necessità di «afferrare l'occasione» non è dunque frutto
dell'impazienza, come l'autore sostiene, ma dell'organizzazione del
rapporto, sempre mutevole e aleatorio, tra strategica politica,
composizione di classe e congiuntura «rivoluzionaria». Così, lo stile
operaista continua oltre la fine dell'operaismo e dell'operaio-massa,
reinventandosi in un movimento di pensiero, senza ossificarsi in una
scuola. Nella postfazione al volume, invece, Riccardo Bellofiore e
Massimiliano Tomba ripropongono le tradizionali critiche all'operaismo,
che vorrebbero edulcorare da quelle che ritengono essere le sue
forzature ed eccessi. Insomma, una sorta di «depurazione marxista
dell'operaismo», per farne ciò che non è mai stato, una delle tante
eresie della tradizione comunista.
Chi, anche di recente, ha
vagheggiato un operaismo senza e contro gli operaisti, tutto sommato
crede che piazza Statuto basti - oggettivamente - aspettarsela: per
questo non si preoccupa di organizzarla. Tuttavia, anche le critiche
accanite non fanno altro che testimoniare la potenza del suo stile
politico, che il prezioso libro di Wright con intelligenza racconta.
LIBRI STEVE WRIGHT, L'ASSALTO AL CIELO. PER UNA STORIA DELL'OPERAISMO , EDIZIONI ALEGRE, PP. 334, •EURO 20